Cineclub Fratelli Marx - Bologna

Alla scoperta del cinema meno conosciuto
domenica, 08 novembre 2009

REALTÀ MANIPOLATE

Ieri mattina ho avuto la fortuna di visitare la mostra Realtà manipolate - Come le immagini ridefiniscono il mondo, una mostra organizzata da Strozzina CCCS (Centro di Cultura Contemporanea) e attualmente in corso a Palazzo Strozzi a Firenze; ho visitato la mostra guidato da Alessio, uno degli operatori del CCCS, che è stato un ospite assai cordiale, competente ed efficace.

Pur non essendo un esperto di arte contemporanea il tema mi interessa molto, essendo oggi quello della manipolazione un tema centrale in campo cinematografico (il confine tra cinema documentario e cinema di fiction che, qualunque sia il punto di partenza, diventa sempre più sottile) e soprattutto nel campo dell'informazione e dei media che usano sempre più consapevolmente il loro ruolo di manipolatori della realtà. Lo stesso tema della memoria che ho enunciato nella presentazione del blog è strettamente correlato al tema della manipolazione, in quanto diventa sempre più urgente avere memoria, o riscoprire la memoria dei fatti accaduti, quando la manipolazione della realtà diventa pratica corrente come è oggi.

La mostra affronta il tema ovviamente da un punto di vista artistico, ma altrettanto ovviamente per un argomento del genere non mancano le sottolineature e le deduzioni di tipo sociale e politico. Le opere esposte sono tutte creazioni di artisti visuali e concettuali contemporanei, e sono fotografie analogiche, video e, solo in conclusione dell'esposizione, immagini create digitalmente.

Il percorso mostra le possibili manipolazioni della realtà secondo i diversi mezzi utilizzati e secondo i diversi impieghi (o non impieghi) delle immagini manipolate, contribuendo così a fornire un quadro chiarificatore e, forse, esaustivo sulle tecniche di manipolazione (visto il tema, il condizionale è d'obbligo).

Si incontrano così fotografie di riproduzioni di ambienti reali (come lo studio ovale della White House) volutamente seppur lievemente differenti dal reale, riproduzioni di fenomeni naturali (colate di lava, tornado) che, in quanto non unici, sono assai difficilmente distinguibili da una situazione reale e riproduzioni di situazioni che potrebbero essere vere ma che se lo fossero non sarebbero comunque divulgate in quanto portatrici di un significato politico inaccettabile (gli scenari di guerra in Iraq). Ma ci sono altre immagini che sono assolutamente reali, riprese durante la guerra in ex-Jugoslavia, e vengono censurate perché non hanno una 'ritmica' adatta ai tempi serrati dell'informazione giornalistica e al contrario ci sono immagini riprese dal vero in una strada dei sobborghi di Pittsburgh che possono essere diffuse senza problemi visto che sono riprese dalla street-car di Google, ma in realtà riproducono una realtà creata ad hoc da un gruppo di action-artists.

Il corto circuito anche semantico del mio post è inevitabile; il percorso della mostra comunica efficacemente il caos presente nella nostra civiltà dell'immagine, caos che raggiunge il suo apice con le immagini digitali nelle quali una realtà ormai indistinguibile (il foglio di carta accartocciato) può essere espansa e moltiplicata potenzialmente all'infinito. Un caos che però è perfettamente razionale per i manipolatori della realtà, e mi riferisco ai comunicatori, pubblici o privati che siano.

È sottinteso che consiglio a chiunque di fare una gita a Firenze per visitare la mostra. Concludo dicendo che la mostra fa parte di un più ampio progetto sulle realtà manipolate, al cui interno sono previste conferenze, eventi e anche la proiezione di Ceský Sen, già svolta con successo lo scorso 22 ottobre utilizzando i sottotitoli che ho tradotto in italiano per le proiezioni del Cineclub Fratelli Marx. Questo ha dato a tutti noi del Cineclub una grande soddisfazione!

postato da marxbrothers alle ore 19:20 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: iniziative amiche

lunedì, 04 maggio 2009

Il Cineclub Fratelli Marx a Reggionarra 2009

locandina_reggionarraL'attività invernale del Cineclub si è conclusa lo scorso lunedì con l'ultimo appuntamento della rassegna "I film che nessuno voleva farvi vedere 3 e 1/3", e non abbiamo al momento previsto iniziative per l'estate ormai alle porte. Cercheremo di ripresentarci nel prossimo autunno, se le nostre forze oggi purtroppo molto limitate ce lo consentiranno.

Ma prima di salutarvi per questa lunga interruzione stagionale, c'è un ultimo appuntamento al quale siamo stati invitati e a cui siamo molto felici di partecipare.

Si tratta di Reggionarra, un evento molto festoso che occuperà tutta la città di Reggio Emilia nel prossimo fine settimana e durante il quale noi saremo presenti, sabato 9 maggio alle ore 21.30, in due piazze del centro cittadino con un programma di film d'animazione. Alcuni dei film in programma erano parte delle "Libere animazioni" che abbiamo presentato a Vicolo Bolognetti lo scorso febbraio, altri sono stati selezionati appositamente per comporre un percorso che prevede come filo conduttore quello della creatività. Si andrà quindi dai precursori storici dell'animazione come Ladislav Starevich fino ai maestri di oggi come John Lasseter, passando attraverso opere di Max Fleischer, Norman McLaren, Jan Svankmajer e diversi altri, il tutto per suscitare - speriamo - lo stupore e il piacere di piccoli ed adulti.

Al di là della nostra presenza, vi invitiamo comunque a partecipare a Reggionarra perché si tratta di un'occasione molto serena e divertente per vivere e condividere la città e restituirla alla sua dimensione umana.

Per saperne di più, visitate il sito ufficiale.
postato da marxbrothers alle ore 22:49 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: libere animazioni

giovedì, 09 aprile 2009

C'est arrivé près de chez vous

Lunedì 20 aprile 2009 ore 20.20
A Vicolo Bolognetti, saletta multimediale 1' piano

Opinioni e gesta di Benoît Patard, assassino di professione, sono raccolti in un falso documentario che imita la trasmissione belga Strip-Tease, una forma di pre-reality che pretendeva di mettere a nudo persone non celebri facendole protagoniste. L’assurdità di una tale impresa rappresenta la marca di umorismo presente in tutto il film, satira sociale che trova nel fascino dell’assassino un inevitabile centro gravitazionale.

Benoît, al di fuori del lavoro, non è estraneo alla vita sociale, anzi si configura secondo i canoni di un individuo perfettamente rispettabile; si finge (con scarsi risultati) intellettuale, ama la poesia, la musica, il cinema, mangiare bene, ha perfino un buon rapporto con la famiglia.
Tuttavia la presenza della telecamera ci permette di capire come dietro alla presentabilità di
Benoît non ci sia che un individuo egoista, megalomane e decisamente razzista, con una cultura tirata su alla bell’e meglio.1230201535_c__est_arrive_pres_de_chez_vous

Il rapporto tra lui e la troupe che lo segue si configura in maniera totalmente sbilanciata;
Benoît, oltre che avere le loro vite in mano, ha soldi; decide addirittura di sponsorizzare il film, essendo la troupe in difficoltà economiche. È dunque solo questione di tempo prima che la camera passi da strumento indagatore a mezzo per filmare le scempiaggini che Benoît ama compiere. Tant’è vero che la troupe sarà coinvolta fino a partecipare negli stessi crimini, perdendo ogni inibizione grazie ad un patrocinio totalmente compromettente.

L’intenzione documentaria viene dimenticata: è possibile registrare la verità senza modificarla con la propria presenza? La troupe dovrebbe intervenire per salvare le vittime o non intervenire per salvare la veridicità? Nel dubbio, interviene per uccidere qualche innocente. Questa confidenza però permette loro di entrare più nel profondo; ad ubriacarsi con lui e scoprire a che bassezze si può arrivare quando non c’è di mezzo la rispettabilità da mantenere.

Del resto, come canta Benoît ubriaco all’uscita del bar “Cinema, io sono il Cinema”, questo è cinema, ovvero soldi, tanto carisma, tanta violenza: eccetto che mentre la violenza sullo schermo generalmente è distaccata e falsamente recriminata, abbiamo qui una violenza pura, tanto più che il film ci porta all’immedesimazione con Benoît e la troupe.

postato da marxbrothers alle ore 22:36 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: filmchenessunovolevafarvivedere

giovedì, 02 aprile 2009

Wristcutters - A love story

Lunedì 6 aprile 2009 ore 20.30
A Vicolo Bolognetti, saletta multimediale 1' piano


Wristcutters è un film indipendente che ha vinto una manciata di festival per film indipendenti, il che lo rende già interessante. In più Wristcutters presenta nel cast il nome di Tom Waits, non in posizioni alla Coppola dove il suo ruolo consiste nel dire ragazzi, non potete entrare in questo bar, ma addirittura nei primi quattro posti, con il ruolo di quel Kneller che dà il nome al racconto Kneller's Happy Camper, da cui tutto prende il via.wristcutters

I wristcutters, tagliatori di polsi, sono i suicidi, e dopo i primi tre minuti chiusi in una stanzetta con Dead and Lovely in sottofondo, tutto si svolgerà nell'aldilà dei suicidi: un posto uguale al mondo dei vivi, ma più uniformemente amaro. Grandi pianure grigie, montagne in lontananza, colori spenti, un atteggiamento generale più sull'atarassico che sul depresso. I protagonisti sono un ragazzo in cerca della sua ex, un russo coi baffoni dichiaratamente ispirato al cantante dei Gogol Bordello (le cui canzoni fanno da colonna sonora) in cerca di una cosa qualsiasi, una ragazza bruna, Shannyn Sossamon (che riesce a far vedere le cose alle persone in modo differente), in cerca della Gente Al Comando, un paterno Tom Waits (dati alla mano al suo terzo più importante ruolo da attore, dopo Down By Law ed America Oggi) in cerca del suo cane. Un road movie su un'auto a cui non funzionano i fari e che ha un buco nero sotto il sedile, un percorso fatto di piccoli incontri e nostalgie sospese.

La forza del film è riuscire a sfruttare gli spazi della California, rendendoli alieni e costruendo un'opera visivamente e narrativamente compatta, lineare e con un'idea cardine su cui giocare, ma senza per questo risultare macchinosa o ripetitiva. Si sfruttano a pieno le possibilità del contesto, dei personaggi, delle situazioni, creando dei rimandi simbolici e dei parallelismi espliciti ma convincenti, in un film di losers dove si riescono a fare le cose solo se non ci si pensa troppo, se queste vengono da sole.

(da slowfilm.splinder.com)

postato da marxbrothers alle ore 12:23 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: filmchenessunovolevafarvivedere

mercoledì, 25 marzo 2009

Voksne mennesker


Lunedì 30 marzo 2009 ore 20.15
A Vicolo Bolognetti, saletta multimediale 1' piano

Daniel è un fannullone senza arte né parte che si racimola da vivere disegnando graffiti romantici su commissione di innamorati che vogliono fare un regalo alle loro belle. Le sue entrate sono così magre che l’ispettore delle tasse vuole sapere come ha sopravvissuto negli ultimi quattro anni con un reddito dichiarato di sole sette corone. Poi Daniel incontra Franc, la commessa consumatrice di funghi magici già nel mirino di Nonno, l’amico di Daniel analista del sonno e aspirante arbitro di calcio.455410_dagur_kari
I personaggi di questa piacevole, libera black comedy di Dagur Kári non hanno grandi obiettivi né la tenacia di perseguirli. Franc rimane incinta e la prospettiva della paternità diventa una minaccia per lo stile di vita disimpegnato di Daniel - una frattura che si riflette nella decisione improvvisa del film di tralasciare per un momento Daniel e di concentrarsi sull’esaurimento nervoso del giudice che aveva imposto a Daniel un periodo di servizio per la comunità.
Voksne Mennesker è il secondo lungometraggio di Dagur Kári. Il primo, Nói Albinói, aveva seguito un teenager solitario e problematico che sognava di abbandonare i fiordi per farsi una nuova vita in città. In Voksne mennesker le aspirazioni dei personaggi sono ancora meno definite. I titoli degli episodi danno una certa forma al plot ondivago, ma la struttura ad episodi e la scelta di girare in uno sgranato bianco e nero danno l’impressione di qualcosa  ripulito dalla Nouvelle Vague, disassemblato da Kevin Smith e poi ancora destrutturato da Richard Linklater. Le traiettorie dei personaggi sono assurde e lievemente tristi, lo humour essenziale rimanda a un Jim Jarmusch asciugato del più minimale momento di Broken flowers.
Inevitabilmente per un film a così basso regime, sono i piccoli momenti che gli permettono di fiorire. La sofferta ammissione di Daniel all’ispettore fiscale che “quando lei parla di livello A e livello B di tassazione la mia mente va in blackout e non ho più voglia di vivere”, o una sequenza in cui il panciuto e pedante Nonno dà il suo esame da arbitro e poi si impone di violare ognuno dei dieci comandamenti costituiscono a pieno titolo dei compiuti cortometraggi.dark_horse_xl_05--film-A
Alcune sequenze vagano pericolosamente tra un accidentale surrealismo e la tenera melancolia, come se Kári non fosse molto sicuro di dove sia il confine tra il tragico e l’assurdo. La decisione, dopo un’ora di film, di lasciare Daniel e di entrare nello svagato mondo in crisi esistenziale del giudice Dommaren mentre passa un pomeriggio a bere in un albergo di Copenhagen, è un rischio ambizioso, ma se comprenderete l’intento sottostante a questa deviazione in una confusa reverie questa vi aprirà un intero nuovo quadro di riferimento.
L’unico flash di colore del film può indicare un lampo di rivelazione per il permanentemente passivo Daniel, o potrebbe semplicemente essere stato aggiunto per ricordare agli spettatori che in fondo c’è una storia che si sta svolgendo sotto i loro occhi. Gli artigianali suoni acustici provengono dalla band di Kári, gli Slowblow, ed evidenziano il fascino sgangherato del film. Tom Waits, fedelissimo di Jim Jarmusch, è nella lista degli attori del prossimo film di Kári, The good heart. Come per Waits e Jarmusch, lo sguardo romantico di Kári verso i perdenti, i piccoli cospiratori e i piccoli sognatori vi entra nella pelle se lo lasciate agire.
Il verdetto
Una deriva tranquilla attraverso le vite dei suoi piacevoli personaggi, Voksne mennesker merita di catturare i cuori di coloro per cui Jim Jarmusch non fa abbastanza film.

Jon Fortgang, www.channel4.com
postato da marxbrothers alle ore 10:49 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: filmchenessunovolevafarvivedere

giovedì, 19 marzo 2009

Thelonious Monk: Straight, no chaser

Lunedì 23 marzo ore 20.30
A Vicolo Bolognetti, saletta multimediale 1' piano


Non parlo molto perché non è possibile dire a tutti ciò che si pensa. Delle volte neppure noi sappiamo cosa stiamo pensando (Thelonious Monk)

Il documentario, come genere, ha una vocazione per il realismo, ambisce a catturare la realtà. Ciò nonostante l’uso dei dispositivi e del linguaggio cinematografico, l’atto stesso dell’inquadratura, tendono ad indebolire tale vocazione, e rivelano comunque un punto di vista soggettivo forte quanto le pretese di oggettività. Alla fine tale realismo si fonda maggiormente su ciò che lo spettatore è disposto a credere come reale, come vero. Ma questa “disponibilità a credere” dello spettatore, il documentario in qualche modo se la deve guadagnare. Thelonious Monk: Straight, no chaser, documentario biografico sul pianista e compositore jazz Thelonious Sphere Monk, restituisce un’immagine di Monk che ci appare come la sua vera immagine. Anche quando ci troviamo di fronte a riprese cinematografiche sofisticate. Questo è forse uno dei maggiori pregi di Straight, no chaser.ZwerinCharlotte
La Zwerin adotta anche alcune tecniche del cinema verité, soprattutto l’utilizzo dell’intervista, per rafforzare il realismo del film, ma è proprio quando Monk viene realmente mostrato, secondo modalità proprie dell’ostensione (mostrare un oggetto per comunicarne il significato), che prende forma la sensazione di trovarci davanti al vero Monk. Attraverso il Monk mostrato si accede con più immediatezza a cosa abbia significato Monk, a cosa egli sia stato. E in questo caso la bellezza del documentario coincide con la bellezza dell’oggetto filmato, ovvero Thelonious Monk. Charlotte Zwerin, che è stata sposata ad un musicista e ha girato parecchi documentari biografici su artisti, pittori e musicisti (suo è anche il documentario Gimme Shelter sui Rolling Stones, dove viene ripreso l’omicidio ad Altamont), in Straight, no chaser dimostra la propria abilità di filmmaker (soprattutto nel montare il materiale girato), ma anche, in sovrimpressione, l’amore per il musicista Monk, anzi per la persona Monk; pur non avendo prestato troppa attenzione alla cronologia, la Zwerin ci accompagna lungo la strada percorsa da Monk, quasi fosse Nellie (la moglie di Monk), con ammirazione, rispetto, comprensione e sincero affetto.
Per questo film la Zwerin ha attinto in gran parte a materiale girato nel 1968 da Michael e Christian Blackwood. Sono quasi tutti filmati che evidenziano una tecnica di ripresa sofisticata: numerosi sono i piano sequenza che avvolgono Monk e diventano quasi metafora di un abbraccio. La cinepresa quasi sempre è mossa con tale abilità che sembra tradire il realismo della “presa in diretta”, anticipa i movimenti di Monk, sembra muoversi seguendo una sceneggiatura, ed è proprio in questi casi che parrebbe ingannarci e trasformare il documentario in fiction.
MonkStraightnochaserL’uso delle inquadrature disegna in modo consapevole frame intepretativi: Monk pensoso, chiuso in se stesso o calato in un dolore sordo silenzioso; Monk ironico, Monk sorridente, Monk musicista. Le inquadrature delle mani mentre egli suona rivelano la personale e quasi paradossale tecnica pianistica (Monk suonava con le dita tese e piatte percuotendo i tasti, sovvertendo la tecnica tradizionale che vuole le dita arcuate) e (attraverso una forma di sineddoche) ci rimandano all’originalità di Monk pianista e compositore, per il quale la tecnica pianistica e compositiva erano strettamente legate. Le interviste hanno diverse funzioni nel dare forma alla struttura narrativa del film: soprattutto hanno la funzione di parentesi, di incisi nel discorso. Ma non aggiungono molto, spesso confermano, (e talvolta contraddicono) quanto mostrato e “detto” attraverso le immagini di Monk che suona, parla, dorme, vaga, gira su se stesso, si addensa in pensieri profondi e remoti. Altro elemento importante del testo è la musica: non è mai colonna sonora, ma l’elemento che da coerenza alla struttura narrativa e ne è parte integrante: la biografia di Thelonious Monk è anche la storia della sua musica.
Monk inizia prima del be-bop e vi finisce dentro quasi accidentalmente. Vi partecipa senza caricare di valore ideologico la propria presenza, a modo suo, come musicista nero ma senza porre la questione razziale. Si inserisce nella rivoluzione musicale del be-bop, da esistenzialista: Monk prima di tutto è Monk. Ed è anche attraverso narrazioni come quella del documentario di Charlotte Zwerin che si rafforza l’immagine di Monk come icona. Monk è il musicista che segue la propria voce, in modo personale, introverso e anticonformista, originale, libero da schemi, libero nell’espressione, il musicista che sovverte e innova i codici dei linguaggi musicali jazzistici a lui pre-esistenti o contemporanei. Monk in fondo è un’icona della libertà, della libera espressione e della libertà di essere. Questo è uno dei significati più chiari di Monk, e prevale sulle sue proprietà accidentali come “Monk, quello che è strano”, “Monk il pazzo”, Monk che “girovaga su stesso”, “Monk che sta sveglio per tre giorni e dorme per altri due”. (broz2008)

(*) Straight, no chaser è un’espressione che indica il whisky bevuto liscio
postato da marxbrothers alle ore 14:47 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: filmchenessunovolevafarvivedere

giovedì, 12 marzo 2009

I FILM CHE NESSUNO VOLEVA FARVI VEDERE 3â…“

Avrebbe dovuto essere la puntata n.4 della nostra (coraggiosa?, azzardata?, presuntuosa?) serie, ma una serie di coincidenze belle e brutte ha fatto sì che non siamo stati in grado di preparare in tempo 6 film "nuovi" e così, dopo una fase in cui abbiamo addirittura pensato di annullare la rassegna per cui avevamoLocFilmPerduti313 già prenotato le date da tempo, è arrivata l'idea risolutiva: presentiamo i due film di cui riusciremo ad avere la traduzione in italiano dei sottotitoli e ad essi affianchiamo altri 4 titoli selezionati come "les meilleurs" delle tre rassegne precedenti.

2 film nuovi su 6 fa un terzo, e quindi la rassegna l'abbiamo numerata 3â…“... e se a qualcuno questo farà ricordare la saga della pallottola spuntata va bene lo stesso!

Per la cronaca, "les 4 meilleurs" sono stati scelti da un competente comitato formato interamente e solamente dai membri del cineclub le cui scelte sono, come si suol dire, insindacabili; il comitato ha espresso le preferenze per due film made in USA e due film scandinavi; sono 4 titoli che hanno in comune di essere leggeri e densi allo stesso tempo, di possedere limpide qualità cinematografiche e la capacità assai apprezzata da noi cinefili di rimanere in mente per un po' di tempo dopo la visione.

Ma è giunto il momento, come diceva Zio Paperone, di dire bando alle ciance e di darvi il programma completo della rassegna:

lunedì 16 marzo ore 20.15
AMERICAN SPLENDOR
di Robert Pulcini e Shari Springer Berman, USA, 2003

lunedì 23 marzo ore 20.30:
THELONIOUS MONK: STRAIGHT, NO CHASER
di Charlotte Zwerin, USA, 1988

lunedì 30 marzo ore 20.15
VOKSNE MENNESKER
di Dagur Kári, Danimarca/Islanda, 2004

lunedì 6 aprile ore 20.30
WRISTCUTTERS - A LOVE STORY
di Goran Dukic, USA/UK, 2006

lunedì 20 aprile ore 20.20
C'EST ARRIVÉ PRÈS DE CHEZ VOUS
di Rémy Belvaux, André Bonzel e Benoît Poelvoorde, Belgio, 1992

lunedì 27 aprile ore 20.15
REPRISE
di Joachim Trier, Norvegia, 2006


Come sempre i film sono presentati nella loro lingua originale e con i sottotitoli in italiano; l'ingresso è gratuito e riservato agli associati al Cineclub.
postato da marxbrothers alle ore 22:40 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: filmchenessunovolevafarvivedere

giovedì, 05 marzo 2009

JEOPARDY

Lunedì 9 marzo 2009 ore 20.45
saletta multimediale Biblioteca Ruffilli, Vicolo Bolognetti 2

nell'ambito della rassegna Un'ora in noir


L'ultimo film della nostra breve rassegna sul noir è, come il precedente The big steal, ambientato in Messico, ma l'atmosfera che vi si respira è del tutto diversa. Non ci troviamo quindi nessuna avventura rocambolesca con simpatici personaggi alla caccia di una valigia piena di dollari, ma una vacanza che invece di essere l'occasione di svago e di unioneJeopardy familiare si trasforma in un incubo via via più disperato.

La voce off di Barbara Stanwyck che all'inizio del film ci accompagna lungo le highways del sud California ci fa capire da subito che la vacanza finirà in dramma, e che lei stessa si troverà di fronte a una di quelle domande a cui è difficile rispondere: "Mi chiedo se qualsiasi altra moglie avrebbe fatto quello che ho fatto io". Sì, perché alla fine di tutto, oltre alla tensione data dal crescendo di drammaticità, la cifra del film sta proprio nel 'discorso' sulla famiglia, messa in crisi dall'incontro con il fuggiasco violento ma assai virile (e anche dall'incontenibilità del figlioletto 'rompi'...).

Niente di particolarmente nuovo, quindi, ma sicuramente molto apprezzabile è la prova di Barbara Stanwyck, una delle icone del film noir, che domina il film con la sua forte personalità e dà vita a un dualismo intenso con Ralph Meeker, molto efficace nella parte dell'evaso. E comunque ci troviamo come sempre nel cinema classico americano di fronte a una sceneggiatura che ha grande rispetto verso lo spettatore, al quale viene lasciato il dubbio, e in fondo quindi la facoltà di decidere, su cosa realmente sia successo nel non visto. Così poi, una volta finito il film, si può passare un bel po' di tempo a discutere...
postato da marxbrothers alle ore 19:08 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: unora in noir

giovedì, 26 febbraio 2009

THE NARROW MARGIN

Lunedì 2 marzo 2009 ore 20.45
saletta multimediale Biblioteca Ruffilli, Vicolo Bolognetti 2

nell'ambito della rassegna Un'ora in noir


The narrow margin è considerato dai critici con una certa unanimità come uno dei migliori B-movies di sempre e - di conseguenza - come un eccellente esempio di film noir. Si tratta di un B-movie solamente dal punto di vista produttivo: budget limitato, assenza di attori di grido e di location prestigiose, poco tempo a disposizione per le riprese, elementi che però non hanno impedito a Fleischer & c. di realizzare un piccolo gioiello che a suo tempo è stato anche riconosciuto con la nomination all'Oscar per la miglior sceneggiatura.

Piccolo budget quindi, ma grande sceneggiatura e grande regia.The narrow margin
La sceneggiatura è precisa e tagliente sia per quanto riguarda i dialoghi che per la struttura del racconto e la successione degli avvenimenti. Non si può dire molto perché si toglierebbe il gusto a chi vuole vedere il film, ma l'elemento forse preponderante nella trama è quello di una insicurezza al limite della paranoia, che fa sì che ogni persona incontrata negli angusti spazi del treno in corsa su cui si svolgono tre quarti del film venga percepita come un potenziale nemico da parte del protagonista del film, il sergente Walter Brown (e pure da noi spettatori). Sarà naturalmente solo verso la fine del film che Brown e noi potremo capire cosa sta veramente succedendo su quel treno.

E il treno con i suoi spazi ristretti è il contenitore in cui Fleischer può scatenare tutta la sua inventiva registica, utilizzando al meglio le caratteristiche fisiche del mezzo di trasporto e delle persone in viaggio: ogni angolo diventa un anfratto in cui nascondersi o dal quale temere un agguato, le oscillazioni della carrozza contribuiscono a connotare fisicamente e visivamente l'incertezza dei rapporti tra le persone, i finestrini diventano le feritoie dalle quali spiare le mosse del nemico; tutto questo reso mediante un uso creativo, agile ed estremamente moderno della macchina da presa.

Dove non arrivano i soldi dei produttori a volte fortunatamente arriva l'estro dei cineasti, e The narrow margin è sicuramente uno di questi film baciati in fronte dalla dea della creatività...
postato da marxbrothers alle ore 17:57 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: unora in noir

giovedì, 19 febbraio 2009

THE BIG STEAL

Lunedì 23 febbraio 2009 ore 20.45
saletta multimediale Biblioteca Ruffilli, Vicolo Bolognetti 2

nell'ambito della rassegna Un'ora in noir


Noir ma non troppo, The big steal (in italiano distribuito col titolo Il tesoro di Vera Cruz) è soprattutto una eccezionale fonte di entertainment, un action-movie dal ritmo serrato e pieno zeppo di situazioni e battute divertenti. Robert Mitchum interpreta Duke Halliday, un militare accusato del furto di una borsa contenente le paghe della polizia; per questo si trova in Messico alla caccia di Fiske, l'autore vero del furto, ed è a sua volta inseguito dal capitano della polizia Blake. Si inseriscono nell'inseguimento multiplo Joan, l'ex fidanzata di Fiske, anche lei truffata dal malandrino e alla sua ricerca, e l'ispettore della polizia messicana Ortega, che sornione tutto capisce senza darlo a vedere. Dopo numerose sorprese e ribaltamenti di scena, il finale scioglierà tutti i nodi della trama.
bigsteal05
Quando si dice che non è importante la meta del nostro viaggio ma piuttosto il viaggio in sé: per The big steal non è importante trovare la perfetta razionalità e consequenzialità della trama, quello che conta è farsi trascinare dal ritmo e dalle trovate della storia e andare a pescare le tante perle disseminate nel corso del film.

Tra queste è evidente la "chimica" presente tra gli attori, in particolare Mitchum e la Greer che avevano già recitato assieme nel precedente Out of the past (anch'esso ambientato in Messico). Tra l'altro, Mitchum era appena uscito di prigione dove aveva scontato la pena per consumo di marijuana, e per la parte di Joan la Greer aveva all'ultimo minuto sostituito Lizabeth Scott, che pare non avesse molta voglia di recitare assieme a un ex carcerato.
Perfetti nel loro ruolo anche il mitico William Bendix nella parte dello stolido capitano Blake e il divo del cinema muto Ramon Novarro, che da vero messicano con tutti i suoi problemi nel parlare correttamente in inglese interpreta l'ispettore Ortega. Proprio il personaggio dell'ispettore, assieme ad altre simpatiche situazioni, evidenzia una delle linee narrative del film, ovvero la presa in giro dell'american way of life, costantemente frenetico e nervoso, confrontato con lo stile molto più rilassato e umano dei messicani verso il quale è palese l'empatia della sceneggiatura e della regia di Don Siegel.

Per questi motivi, The big steal è un film che si guarda dall'inizio alla fine col sorriso sulle labbra; gli unici elementi puramente noir si trovano infatti nel finale, in cui la trama ha il suo definitivo e sorprendente colpo di scena, rivelando le vere finalità dei personaggi.
postato da marxbrothers alle ore 11:23 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: unora in noir

giovedì, 12 febbraio 2009

UN'ORA IN NOIR

Quando il cinematografo era lo spettacolo più amato dalle persone di tutto il mondo, quando la televisione non aveva ancora amputato la nostra socialità e costretto, dall’alto della sua potenza economica, tutti gli spettacoli entro rigidi format di durata prestabilita, i lungometraggi non erano tutti lunghi all’incirca 100 minuti, ma esistevano anche i cosiddetti B-movies che venivano realizzati su durate ben inferiori a quelle che oggi troviamo normali. Questo non poneva alcun problema: il pubblico affollava comunque le sale, gli esercenti di conseguenza non si lamentavano, e soprattutto esisteva una schiera di sceneggiatori e di registi che erano in grado di confezionare prodotti di ottima fattura anche su queste durate più limitate.

Rivedere oggi questi film dovrebbe quindi suscitarci un sentimento di ammirazione, se non di stupore, per l’abilità con cui la narrazione e la messa in scena – quella classica hollywoodiana – riuscivano a dare vita a storie essenziali, senza sbavature e senza ridondanze, con l’uso di un linguaggio apparentemente molto semplice ma che nascondeva, se analizzato attentamente, un motore narrativo complesso e inesorabilmente preciso.
LocUnOraInNero_Colori
Detto in termini più diretti: c’è almeno altrettanto divertimento (nel senso di entertainment) in un noir di 60 minuti del 1949 che in un thriller contemporaneo di 100 minuti pieno zeppo di effetti speciali che in fondo servono solo ad “allungare il brodo”, perché le major non osano più chiedere al pubblico di pagare un biglietto intero per film che durano solo un’ora (e il pubblico stesso, siamo sinceri, arriccerebbe il naso).

E tra i generi cinematografici più amati, che sessant’anni fa costituiva una quota consistente di questi B-movies, c’è indubbiamente il film noir. Che, va detto chiaramente, è una definizione coniata nel 1955 dai critici francesi Borde e Chaumeton, e pertanto nel periodo di massimo splendore del film noir, dal 1946 al 1955, i produttori non ordinavano di realizzare “film-noir”, né sceneggiatori e registi erano consapevoli di realizzare “film-noir”, bensì crime-movies, thrillers, police procedurals, social problem movies e così via.

Ma se mancava la definizione comune, erano però ben chiari gli ingredienti che decretavano il successo di questi film: suspense, azione, ironia, donne fatali e uomini duri, giungle d’asfalto e notti dai mille occhi. E in maniera qualche volta dichiarata, spesso invece più sottilmente suggerita, un latente pessimismo che derivava dalla cognizione della malvagità umana, che si manifestava molto chiaramente nella vita di tutti i giorni con la criminalità presente nelle grandi città statunitensi, la brutale follia di singoli individui assetati di denaro e di potere, la follia collettiva della Seconda Guerra Mondiale, che tanti effetti ha avuto anche nella vita quotidiana dei cittadini statunitensi.

Gli elementi che caratterizzano il film noir sono così numerosi che forse non esiste il singolo film in grado di rappresentarli tutti; al contrario, numerosissimi sono i film che ne contengono almeno qualche ingrediente, come si può vedere dai non pochi libri pubblicati sulla materia e dalle numerose liste reperibili sul web.

I quattro film che vi proponiamo possiedono diversi di questi ingredienti, in misura diversa e ben miscelata.
Quelli più tipicamente noir sono indubbiamente i due film di Richard Fleischer: B-movies per eccellenza, sono caratterizzati da una straordinaria compattezza narrativa e da un ritmo che non lascia tirare il fiato. Se Follow me quietly rientra a tutti gli effetti nel filone classico hollywoodiano della messa in scena trasparente, in The narrow margin sono ben evidenti diversi virtuosismi tecnici dettati dall’ambientazione nei ristretti spazi di un treno in corsa, funzionali alla perfetta messa in pratica della lezione hitchcockiana della suspense.
L’elemento che stacca un po’ gli altri due film dalla “dottrina” noir più ortodossa è sicuramente l’ambientazione, che si sposta dalle fredde, piovose e notturne metropoli statunitensi verso il Messico solare ed esotico. E se The big steal è una fenomenale macchina da entertainment (oggi sarebbe considerato un action-movie, ma trovatene di così divertenti e ben congegnati), Jeopardy ci fa invece piombare nel buio dell’animo umano, dilaniato dalla lotta per garantire la sopravvivenza dell’istituzione familiare messa in crisi da eventi e incontri (forse) fortuiti.

Si tratta quindi di quattro film che pur non essendo tra i più conosciuti del genere noir ci permettono, anche proprio per questo, di fare una piccola immersione in un genere che ha segnato per tanti anni la produzione hollywoodiana e quindi inevitabilmente l’immaginario collettivo del mondo occidentale. Tanto grande cinema è nato a partire da quegli anni meravigliosi e irripetibili (non a caso Richard Fleischer, Don Siegel e John Sturges come tanti altri si sono fatti le ossa nel noir prima di diventare grandi registi di Hollywood), è giusto allora che il film noir venga anche oggi ricordato e celebrato con la visione di titoli che non siano i “soliti” capolavori noti a tutti.
postato da marxbrothers alle ore 17:52 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: unora in noir

lunedì, 09 febbraio 2009

L'ESPLOSIONE

Giovedì 12 febbraio 2009 ore 21.00
Teatro Guardassoni, Via D'Azeglio 55

nell'ambito della rassegna Viaggio nel cinema del reale

Danilo Coppe è un uomo d'azione: è il massimo esperto di demolizioni con dinamite in Italia. Un giorno gli propongono l'abbattimento di otto palazzoni costruiti in riva al mare, si tratta delle cosiddette "torri del Villaggio Coppola", il simbolo di uno dei peggiori ecomostri d'Europa. Un intero paese per le vacanze costruito su terreni poi riconosciuti anche del demanio statale, dagli anni '60 ai '90, in spregio a qualsiasi tutela del paesaggio. Una storia infinita di procedimenti penali e di distruzione del territorio, e di sospette complicità politiche. E così, per la prima volta nella sua carriera, Danilo Coppe si arena, si invischia in un meccanismo complicato e oscuro, e dopo due anni di sopralluoghi, riunioni, verifiche e telefonate sarà riuscito a demolire soltanto una delle otto torri...

Dichiarazione del regista:esplosione2
“Se è già difficile definire che cos'è il Bello, definire il Brutto oggi è più facile, e dove il Brutto concretamente si realizza e raggiunge il suo scopo nasce il "mostro". L'Italia è piena di "mostri" nati dall'abuso: se la funzione del Bello fosse intanto uccidere i "mostri" come fece san Giorgio col drago?

In queste parole tratte da un libro di Raffaele La Capria si può forse riassumere il senso di questo film-documentario. Danilo Coppe con il suo accurato lavoro, con la passione per la causa di un uso civile della dinamite (ha perfino brevettato un sistema di spegnimento degli incendi con l'esplosivo) rappresenta in qualche modo l'utopia di poter ridare ordine, di restituire la bellezza al nostro maltrattato territorio. Se lui è San Giorgio, il drago, che rappresenta tutti gli altri "mostri" sparsi per l'Italia, è il Villaggio Coppola. L'esempio più straordinario di speculazione edilizia sul nostro territorio: un intero paese costruito tra gli anni '60 e i '90 con la sospetta connivenza attiva e passiva di pezzi dello stato e delle amministrazioni locali che ha dato origine a numerosi processi penali. Qui Danilo Coppe avrebbe avuto la possibilità di realizzare il record mondiale di edifici abbattuti se gli avessero permesso di demolire tutte e otto le "torri" (divenute il luogo più degradato del villaggio, nonché un simbolo per gli ambientalisti) contemporaneamente. Ma Danilo ha potuto abbatterne solo cinque. Oggi il villaggio ricorda più Beirut che un luogo dove avere la seconda casa era uno status symbol per la borghesia napoletana. E nella sua rapida decadenza è racchiuso il destino di tutto un modello di sviluppo edilizio che purtroppo non è ancora completamente passato di moda nel nostro paese, che oggi con le leggi "libertarie" del governo Berlusconi corre nuovi e terribili pericoli. Come dice sempre La Capria: "il degrado ambientale di un luogo porta inevitabilmente al degrado morale dei suoi abitanti”.
postato da marxbrothers alle ore 23:21 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: viaggio nel cinema del reale

Chi siamo

ASSOCIAZIONE FRATELLI MARX CINECLUB
Via Vittorio Veneto 23, 40131 Bologna
tel. 333.320.9505
email: cineclubfratellimarx@gmail.com

Newsletter

Per ricevere gli aggiornamenti sulle nostre iniziative, invia una mail a cineclubfratellimarx@gmail.com semplicemente scrivendo "Iscrizione newsletter" nell'oggetto

In programma


La tessera

Quella che vedete qui sotto è l'inestimabile tessera del cineclub, con la quale è possibile accedere a tutte le nostre iniziative pubbliche. Costa solo 5 euro per un anno intero (da settembre ad agosto) e lo scopo unico ma fondamentale di questo prelievo è di aiutarci a sostenere tutte le spese che sono comunque necessarie per realizzare anche le iniziative più economiche. La tessera si può acquistare prima dell'ingresso a una qualunque delle nostre iniziative.

Convenzione con Cinema Nosadella

Tutti gli associati del Cineclub per la stagione 2008-09 hanno diritto allo sconto sul biglietto d'ingresso al Cinema Nosadella: solo 4,00 euro, tutti i giorni della settimana.

Cosa pensiamo

È nostra intenzione continuare a proporre una visione critica del cinema.
Crediamo che sia importante dare spazio a quel cinema (e alle idee in esso contenute) che non fa parte dei meccanismi di mercificazione della cultura e dell’uso strumentale che viene fatto della cultura e dello spettacolo. Intendiamo realizzare questo intento proiettando film alternativi alle vigenti logiche di mercato, necessariamente in un luogo pubblico.
Crediamo che l’esperienza del Cineclub abbia rappresentato e possa ancora rappresentare una positiva forma di aggregazione sociale e di partecipazione pubblica, e riteniamo che essa si possa inserire in un’idea di città nella quale le persone si incontrano e partecipano attivamente alla realizzazione della cultura come determinante fattore di inclusione sociale.
È pertanto ambizione del Cineclub essere un nodo di una rete di relazioni, non semplicemente e riduttivamente fondata sulla passione per il cinema, che si possa instaurare tra le persone, i gruppi e il territorio.
Ci proponiamo come veicolo di idee attraverso lo strumento della proiezione cinematografica e siamo quindi aperti a ricevere in qualunque momento proposte o richieste coerenti con i nostri obiettivi.

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder